3 Mag 2012

Trasporto e arrivo a Roma

Autore: EliaLavilla | Categoria: Popolazioni Romane

Trasporto degli animali catturati per la

 

Il viaggio poteva durare mesi. Inoltre, poiché le battute di caccia si svolgevano in luoghi diversi e con tempi diversi, era possibile che si dovesse attendere l’arrivo delle altre bestie.

Durante i lunghi viaggi, bisognava fare i conti con possibili ritardi e con le malattie. Il trasporto su terra si effettuava su carri trainati da buoi o muli, ma gran parte del percorso era su fiume.

Il soggiorno nelle città in cui passavano i convogli doveva, per legge, essere limitato a pochi giorni.

Si verificavano, nonostante ciò, tremendi abusi. Nel 417 una carovana, formata dal dux del limes dell’Eufrate, rimase addirittura tre o quattro mesi a Hierapolis.

 

Nel mosaico di Cartagine appare una gabbia squadrata con i bordi rinforzati da sbarre inchiodate. Nel mosaico dell’Esquilino, datata agli inizi del IV secolo, appare una gabbia con un pannello aperto sulla destra, in funzione di rampa d’accesso.

 

Come testimonia Plinio il Vecchio, lo sbarco di un elefante era un’operazione complessa, mentre i tori erano trasportati senza gabbie.

 

La mancanza di una flotta mercantile statale comportava l’impiego di navi di proprietà privata. È ipotesi accreditata che l’esportazione di animali dall’Africa a fosse in gran parte gestita da compagnie africane.

 

Per gli spettacoli offerti da privati probabilmente esistevano società specializzate nell’acquisto e nella vendita di animali.

Il periodo della navigazione inoltre era limitato ai sei mesi primaverili ed estivi. Infine, durante la notte, la navigazione s’interrompeva o rallentava.

In Italia gli animali sbarcavano ad ostia e almeno nel I secolo d.C. a Pozzuoli.

Per il trasporto dalla foce a Roma si usavano le NAVES CAUDICARIE trainate, lungo ampie strade appositamente costruite lungo la riva destra, da pariglie di buoi.

 

L’ARRIVO A ROMA, I

Le rive del fiume, a partire dalla zona della Magliana, erano costellate da porti e approdi.

Il significato del termine è: recinto in cui si nutrono in cattività le belve (documentato da Aulo Gellio nel II secolo d.C.)

Il termine si ritrova in Plinio il Vecchio che ne attribuisce l’introduzione a Fulvius Lippinus, come riserva per i cinghiali e altri animali selvatici.

 

Le indicazioni disponibili per la collocazione dei vivaria sembrano evidenziare una realtà diversa tra le due parti dell’impero, tra Roma e Costantinopoli. A Roma inoltre, mancano completamente dati relativi ai vivaria dell’età repubblicana. Nessuna informazione neanche sui vivaria privati.

 

L’unico criterio che sembra essere seguito per la collocazione ci è detto da Giovanni Crisostomo (IV secolo) che afferma che i vivaria fossero lontano dal senato, dalle aule di giustizia e dal Palatium.

 

Abbiamo testimonianze di molti incidenti, in cui gli animali scappavano per le città. Questo ci suggerisce che i vivaria non erano in zone scarsamente frequentate. A Roma è testimoniata l’esistenza di tre vivaria. Il più antico fu riadattato nella zona del Campo Marzio in una parte del complesso dei navalia, porto militare risalente almeno al 338 a.C.

 

-Il secondo coincide con l’ Castrense.

-Il terzo era il vivarium delle corti pretoriane e urbane, in adiacenza ai Castra Pretoria. Il vivarium delle corti urbane e pretoriane potrebbe non essere il centro di raccolta di animali destinati solo alle esercitazioni dei militari, ma potrebbe essere il vivarium IMPERIALE.

Addestrati anche agli spettacoli degli anfiteatri, i pretoriani appaiono possedere tutti i requisiti per un’azione di controllo su questa merce.

Certamente pretoriani corti urbane accompagnavano il corteo che, la mattina dello spettacolo, si avviava all’Anfiteatro o al Circo.

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