30 Set 2012

Le botteghe

Autore: EliaLavilla | Categoria: Popolazioni Romane, Roma

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I locali adibiti ad uso commerciale e artigianale erano costituiti in genere da un unico ambiente, provvisto di una larga apertura e talvolta di un piccolo retrobottega con una scala che conduceva a una stanza situata al piano superiore. Le si distinguevano per il sistema di chiusura: poiché la merce veniva esposta su un bancone, che occupava tutta la larghezza della facciata, lasciando libero solo il passaggio per l’ingresso, il negoziante ogni sera doveva istallare un sistema di chiusura in legno smontabile. Si trattava di una serie di assi verticali accavallate e incastrate in un solco scavato nella soglia. Un battente della porta, ruotando sui cardini, chiudeva il passaggio e due lunghe aste di ferro che passavano negli anelli fissati internamente ed esternamente alle tavole della porta rendevano solidali tutti questi elementi grazie ad una serratura con chiave.

Le botteghe che meglio conosciamo sono quelle di Pompei, Ercolano ed Ostia e sono quelle che possedevano un bancone in muratura nel quale erano incassate fino al collo giare di grandi dimensioni. Queste tabernae spesso sono identificate con le taverne; in realtà, questi grandi contenitori incassati nei banconi oltre che il vino e l’olio potevano anche contenere grano o legumi secchi. L’identificazione di alcune di queste botteghe con tabernae adibite alla vendita di bevande è accertata nei casi in cui il bancone è dotato ad una delle estremità di un piccolo focolare al di sopra del quale si poneva un calderone: quest’ultimo permetteva di offrire bevande calde o zuppe agli avventori.

Panetterie.

La seconda categoria di bottega è quella delle panetterie. Le macine pompeiane sono tutte identiche, costituite da tre elementi.

-una parte fissa (meta) a forma di campana circondata da uno zoccolo in muratura sul quale si poneva un catino di metallo che raccoglieva la farina;

-al di sopra della meta c’era il catilius, l’elemento mobile a forma di doppio tronco di cono.

La parte superiore fungeva da imbuto, mentre quella inferiore assicurava la molitura per effetto della rotazione attorno ai fianchi della meta. Il tutto era legato ad una bestia da soma.

Molto spesso il forno si trovava in questo stesso spazio esterno, in prossimità del laboratorio. Possiamo ricostruire la cottura del pane sulla base di forni rurali ancora in uso nella regione vesuviana.

-Viene acceso il forno, la cui porta di ferro viene lasciata aperta;

-il fumo fuoriesce attraverso il condotto istallato davanti alla porta;

-il fuoco viene tenuto vivo finchè i mattoni della volta non diventavano bianchi;

Nel frattempo l’impasto, lasciato riposare in un panno, viene messo in forma. A questo punto le ceneri e la brace vengono ritirate e conservate in un dolio per essere riutilizzate successivamente come carbone di legna. Il forno viene dunque ripulito con una scopa di saggina. Il pane viene allora infornato con una pala di legno e la porta viene chiusa

(la cottura dura 30-45 minuti)

e tintorie.

Il lavoro dei fullones consisteva nello sgrassare i pezzi di lana appena tessuti e nel ripulire stoffe e abiti; il sapone, ancora poco usato, era sostituito dai fiori di piante saponifere o dall’urina. Per rifornirsi di urina il follatore collocava davanti alla propria bottega delle anfore che i passati erano invitati a riempire. Dopo la smacchiatura con l’urina, i tessuti venivano trattati con terra per follatori mischiata con acqua; questo prodotto era in pratica semplice argilla.

Le stoffe bianche venivano inoltre inzolfate per farle diventare più bianche, con l’aiuto di un fornellino sul quale veniva bruciato il materiale. Dopo il momento dell’asciugatura, c’era l’ultima operazione: la stiratura. Per questa si utilizzava una grossa pressa a vite.

 

Da L’arte di costruire presso i Romani, Jaen-Pierre Adam

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