8 Feb 2013

L’amore coniugale

Autore: EliaLavilla | Categoria: Popolazioni Romane, Roma

“L`amore coniugale” estratto da “Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell`antica Roma” di Eva Cantarella.

Sposarsi per amore? Neanche per sogno. A Roma era impensabile: amore e matrimonio erano due cose diverse, che raramente si incontravano. Come sorprendersene, del resto? Non sono certo lontanti i tempi in cui anche nella parte del mondo in cui viviamo i matrimonie erano combinati dalle famiglie. E in altre parti del mondo lo sono tuttora. Quel che sarebbe sorprendente sarebbe scoprire che a Roma le cose stavano diversamente. Ma così non era.
Naturalmente, non era da escludere che tra due persone, di cui altri avevano deciso il matrimonio, nascesse un rapporto amoroso: ne vedremo alcuni esempi. Ma si trattava di casi fortunati, relativamente rari. Non della regola.
Di regola, i Romani si sposavano per convenienza sociale: perchè a una certa età si usava farlo; perchè, se appartenevano alle classi alte, il matrimonio serviva a stringere alleanze politiche; e soprattutto perchè consideravano il matrimonio un dovere civico. Al quale peraltro, a quanto pare, si piegavano con notevole riluttanza.


Il numero di quelli che all`età in cui era appropriato farlo non prendevano moglie era così alto che nel 131 a.C. il censore Metello Numidico – messo in allarme da un preoccupante calo delle nascite – decise di intervenire e fece un discorso ai suoi concittadini “Se potessimo vivere senza mogli, o romani, nessuno di noi si sognerebbe di accettarne le noie del matrimonio. Ma la natura, se ha voluto che non si potesse vivere con le moglie senza avere delle noie, ha anche voluto che non si potesse vivere senza di loro. Dunque, meglio rassegnarsi: meglio preoccuparsi della tranquillità perpetua che del piacere di breve durata”.
Evidentemente, il discorso non ebbe gran successo. Cento anni dopo, il problema era ancora più serio. Il calo delle nascite era diventato un fenomeno preoccupante, sulle cui cause ci si interrogava. Abitualmente, quasi superfluo dirlo, si riteneva che fosse colpa delle donne: non erano più quelle di un tempo, non volevano figli per darsi alla bella vita.
Convinto che il problema fosse legato alla decadenza dei valori familiari, Augusto decise di correre ai ripari. E, per cominciare, fece affiggere in senato il discorso di Metello Numidico perchè tutti potessero leggerlo.
Ma neppure il potere e la capacità di persuasione di Augusto furono sufficienti: i romani continuarono a considerare il matrimonio qualcosa da evitare […]
Essendo gli aspetti negativi del matrimonio così universalmente noti, Metello aveva fatto bene a non tentare di nasconderli. L`unico argomento che poteva convincere gli uomini a sposarsi era la necessità di stato.
D`accordo, il matrimonio era una gran seccatura. Non prometteva la felicità. Ma proprio per questo, proprio perchè era un dovere sociale e civico, bisognava essere sicuri, quando ci si decideva al grande passo, che la futura moglie fosse socialmente e moralmente idonea: che garantisse insomma che i fini del matrimonio sarebbero stati raggiunti.
In primo luogo, dunque, doveva essere sessualmente integerrima: prima e dopo il matrimonio.
Al di là del problema della certezza della prole, era una questione d`onore.
Ma la castità prematrimoniale e fedeltà coniugale erano solo i primi requisiti, ai quali si dovevano aggiungere modestia, parsimonia, obbedienza…tutte le qualità, insomma, che potevano garantire il buon andamento della casa e, se non la felicità, quanto meno la tranquillità del marito. Fondamentale, dunque, che le ragazze venissero allevate al rispetto di questi valori, a ricordare i quali stava un`abilissima, incessante propaganda.
Benchè diverse da quelle odierne, anche allora esistevano le tecniche di persuasione: i celebri “esempi”. Aneddoti, veri o leggendari, attraverso i quali venivano proposti modelli di comportamento cui era necessario ispirarsi se si voleva meritare la stima sociale, il rispetto dei concittadini, e, dopo morti, la gloria eterna.
Naturalmente, gli esempi erano diversi, in primo luogo, a seconda che venissero proposti agli uomini o alle donne[…]donne integerrime, dal coraggio indomito, dalla virtù inespugnabile, dall`obbedienza cieca e assoluta a padri e fratelli. Donne che per lo più avevano perso o si erano tolte la vita – superfluo dirlo, per nobilissimi motivi – e che per questo venivano continuamente celebrate e proposte come monito e insegnamento a tutte le altre.
Grazie a questi esempi, le donne di Roma sapevano quali comportamenti tenere se volevano avere anch`esse un ruolo – da vive e da morte – nella storia della città. E sapevano che questo ruolo era importantissimo.

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