4 Set 2012

Il sacerdote (parte I)

Autore: EliaLavilla | Categoria: Popolazioni Romane, Roma

Sarebbe sbagliato parlare al singolare del romano, o del potere sacerdotale romano. Queste funzioni non possono essere esaminate che sotto la visuale della pluralità, e in rapporto a un contesto sociale preciso. Le situazioni religiose, a erano multiformi, e quindi le competenze sacerdotali numerose. Così, la ricchezza delle figure romane del è lontana dall’esaurirsi nella distinzione tra quelli che sono detti sacerdoti e quelli che non lo sono.

Chi possiamo chiamare sacerdote a Roma?

I sacerdoti propriamente detti erano i depositari del diritto sacro che amministravano e sviluppavano. E in questo ministero erano necessariamente assistiti dal senato. È preferibile quindi considerare il sacerdozio come l’esercizio di un’autorità religiosa, il cui potere d’iniziativa comprende gli aspetti rituali del culto o il controllo del sistema religioso.

Il culto e il potere sacerdotale erano anzitutto un attributo maschile, sia sul piano pubblico che su quello privato. Inoltre era riservato ai cittadini, poiché solo questi erano in grado di adempiere a un incarico cultuale della res publica.

A Roma non diveniva sacerdote chiunque lo desiderasse: il sacerdozio non era una questione di vocazione, ma di status sociale. Dato che gli atti religiosi erano celebrati a nome di una comunità, e non di singoli individui, solo coloro che erano destinati dalla loro nascita e dal loro status a rappresentarla esercitavano le funzioni sacerdotali.

Nell’ambito della famiglia era il Pater che si assumeva la responsabilità di ogni azione cultuale comunitaria come il sacrificio, i riti nuziali o funerari.

Anche i magistrati dovevano svolgere funzioni sacerdotali. I consoli dovevano celebrare buona parte dei numerosi sacrifici che scandivano il calendario cittadino, a cominciare da quelli del primo gennaio, consumati per assolvere ai voti pronunciati l’anno prima dai loro predecessori.

O ancora essi presenziavano ai Ludi Romani il 15 Settembre e più tardi, durante l’Impero, alle feste che si celebravano per la vittoria di Azio, per il compleanno di Augusto e molte altre ancora.

L’attività sacerdotale dei magistrati non si limitava alle competenze sacrificali o alla possibilità di dedicare santuari agli dèi pubblici. L’altra grande competenza religiosa erano gli auspici. Ogni atto della vita pubblica era preceduto e determinato dall’atto di trarre gli auspici.

A questo punto dobbiamo domandarci a cosa servissero i collegi sacerdotali propriamente detti. A eccezione di alcuni sacerdoti legati a un culto o a un santuario, i sacerdoti romani erano raggruppati in collegi. Il primo di questi, il collegio pontificale, presieduto dal pontefice massimo, era composto dai pontefici, dai flamini, dal rex sacrorum, dalle Vestali. Secondo per rango era il collegio degli auguri, che precedeva quello dei decemviri (preposti alla consultazione dei Libri Sibillini), e quello dei settemviri (preposti ai banchetti sacri).

Accanto a questi collegi esistevano i sodalizi, votati a compiti cultuali.

In cosa questi collegi differivano dai magistrati?

Si differenziavano per una divisione dei compiti rituali e per la competenza giuridica ultima, senza dimenticare che alcuni sacerdoti rappresentavano i poteri, le qualità, la funzione del loro patrone divino, ciò che i magistrati facevano solo raramente.

Dopo la cacciata dei re, mentre la scelta dei magistrati e le modalità con cui dare loro potere furono rapidamente sottoposti subito sotto controllo, i sacerdoti perpetuarono una forma di reclutamento “pre.repubblicana”. Non disponevano dell’imperium e non potevano convocare il popolo o il senato; ma gli auguri avevano il diritto di aggiornare i comizi elettorali nel corso dei quali constatavano segni sfavorevoli; più in generale, pontefici, auguri e quindicemviri , influivano in modo pesante sulla vita pubblica con i loro consigli e le loro opinioni. Tuttavia, dalla metà del III secolo, il più importante sacerdote, il pontefice massimo, non veniva più eletto dai soli pontefici, ma da un’assemblea speciale che riuniva 17 tribù, estratte a sorte.

Tratto dal libro: L’uomo Romano. Andrea Guardina.

 

 

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